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critica

da “Stefania Lucchetta Opus – forma cercata forma ritrovata”, di Manlio Brusatin, 2013

Posted by 8KLs3xw in critica

[…] Le creazioni, meglio, le creature di Stefania, rappresentano bene questo inanellare di forme singolari e plurali, che vanno verso una lunga sopravvivenza perché hanno in sé lo stigma di un’origine lontana raffinatasi nelle qualità estetiche di forme cresciute le une sulle altre, trattenendo in sé tutte quelle sperimentazioni che servono a produrre l’immagine successiva. Nella immagine essenziale di un gioiello non siamo sempre attratti da ciò che appare (e deve apparire) ma anche da ciò che manca, nel senso di ciò che deve mancare per esprimere l’essenziale. L’essenziale che piace perché contiene il passo successivo di un’orma, di un gesto. […] Le forme lucenti di argento e titanio che si espandono anche in colori espressivi, vanno verso una piena e allegra manifestazione vitale […] nella loro architettura sono analizzate nei loro vuoti intricati e nei pieni essenziali in quanto utili alla costruzione della qualità della forma, in particolare di una loro propria, identificabile e incontrovertibile forma. […]

- Manlio Brusatin, 2013

14 Ago 2013 no comments / READ MORE

da “Modi e mondi del gioiello” di Anna Cecilia Russo, 2013

Posted by 8KLs3xw in critica

[…] Il percorso creativo di Stefania Lucchetta si snoda quindi tra forma e tecnologia, attraverso una ricerca, appunto formale, impossibile da raggiungere con le sole mani, applicando le più innovative conquiste tecnologiche, con un misto di rottura d’avanguardia e curiosità da laboratorio, al mondo del gioiello.
“Se cerco di sintetizzare la mia storia direi che è un continuo tentativo di andare al di là di ciò che era possibile ieri, cercando di usare tutti i mezzi oggi disponibili.”
La forte spinta verso un’innovazione possibile e la voglia di interpretare al meglio lo spirito contemporaneo diventano per Stefania Lucchetta, non tanto motivo di scontro diretto con la tradizione del fatto a mano, quanto provocazione e necessità di percorrere una strada diversa, lungo le rotte dell’industrial design e di una progettazione culturalmente consapevole, che nel 2005 trova sbocco nella sua adesione all’ADI, e in sperimentazioni di nicchia in bilico tra arte e design, vicine quindi a ciò che sempre più spesso risponde oggi al nome di Design Art.
Produzioni quindi in edizione limitata, apparentemente in contrasto con la serialità a grandi numeri del design, ma in pieno accordo, ancora una volta, con le riflessioni di Munari secondo cui L’archetipo vale di più nel futuro del prodotto in grande serie, e perfettamente in linea con un’affermazione di Enzo Mari che Stefania Lucchetta negli anni ha fatto un po’ sua: La qualità di un progetto dipende dal grado di cambiamento culturale che innesca.
Spalancare le porte di uno degli ambiti più tradizionali delle arti dette applicate al “fatto a macchina”, sostituire al modellista e alla modellazione manuale della cera i software di modellazione tridimensionale, un cambiamento culturale lo ha innescato di certo, al punto da accendere sia la polemica sul fronte del conservatorismo del settore orafo, che l’interesse e gli apprezzamenti della stampa e della critica internazionale.
[…] Lo spirito contemporaneo si esprime nei gioielli di Stefania Lucchetta anche attraverso il mix di materiali “luxury” e low cost. Resine e diamanti possono convivere in uno stesso anello fatto a macchina, dove però è il progetto in sé a decretarne il valore: l’unicità di un gioiello nato grazie al Computer Aided Design e nonostante ciò lontano dagli schemi del fashion, delle tendenze e destinato quindi a determinare una sua specifica circoscrizione spazio-temporale.
Usare i mezzi della contemporaneità pur restando estranei ai condizionamenti contemporanei. Interpretare al meglio l’oggi, la precisa accezione del qui e ora pur modulando la propria creatività su forme atemporali, perché vicine alle linee rintracciabili nelle forme della Natura: impronte digitali, piuttosto che spugne marine, o geometrie “concrete” dello spazio. Il risultato è riscontrabile nelle complesse architetture indossabili, nei gioielli di Stefania Lucchetta che oltre a emergere con una precisa identità e riconoscibilità dal caos della creatività anni duemila, si integrano perfettamente con le linee del corpo di chi li indossa in una giusta sinestesia somatica.
[…]

14 Ago 2013 no comments / READ MORE

da “L’umano abitare”, di Fabrizio Loschi, 2009

Posted by 8KLs3xw in critica

I gioielli di Stefania Lucchetta sono tali perché, prima ancora che dal materiale, sono composti dalla preziosità del progetto, motivo per cui l’opera di questa artista tende a colpire con grande incisività.[…] Sarebbe opportuno, ai fini di una corretta lettura dell’opera, munirsi di lente di ingrandimento o riportare gli scatti fotografici di questi gioielli su stampe di grande formato: la grande scala è sempre intimamente presente in queste opere di piccola dimensione, e il loro sapore dichiaratamente monumentale emergerebbe così al primo sguardo. Si tratta di architetture contemporanee e poco importa che queste architetture in scala umana non siano abitabili ma solo indossabili.

11 Ago 2013 no comments / READ MORE

da “Le ragioni di una collezione”, di Carmen Rossi, 2007

Posted by 8KLs3xw in critica

Estratto da “Stefania Lucchetta, I fiori del maglio e altre collezioni”

Stefania progetta gioielli di ricerca, dichiarando apertamente il suo spiccato amore per la tecnologia e per le implicite possibilità d’innovazione formale che essa offre. Ella indaga, in modo specifico, quanto d’inedito può scaturire dalla sinergia tra due tipi diversi di creatività: quella artistica e quella scientifica.
Le “macchine”, e le relative nuove tecnologie applicabili all’oreficeria, sono da lei considerate delle vere ed imprescindibili compagne di studio e di lavoro, nonché delle potenziali fonti d’ispirazione creativa. Non solo, quindi, un prolungamento del braccio, ma anche degli occhi e della mente.
[…] Nell’antica Grecia l’arte è definita col termine téchne.
Téchne comprendeva sia la nostra concezione di “arte” sia di “tecnica”, ovvero quella capacità, astratta o manuale, di operare secondo una regola.
Se la nozione di arte nel mondo classico era, per definizione, connaturata a quella di tecnica, anche nel Novecento alcuni scultori hanno saputo tradurre in termini artistici il loro sapere tecnologico; così Anton Pevsner e suo fratello Naum Gabo, Alexander Calder e Jean Tinguely, per citare solo i più illustri rappresentanti di questa particolare tendenza.
Talune ricerche plastiche di Stefania si richiamano espressamente ad alcune loro opere, come rivela la parure della collezione Continuum chiamata Gabo, ispirata alle singolari costruzioni dello scultore bielorusso nelle quali la linea viene sviluppata senza soluzione di continuità.
Alcuni gioielli della serie Crystal, invece, riecheggiano molto liberamente le ricerche plastico-geometriche di Anton Pevsner nelle quali in complicate intersezioni di piani e di linee vengono inseriti fili metallici, di nylon o di celluloide, seguendo calcoli matematici molto complessi.
Il tipo di creatività della Lucchetta ci sembra quindi essere particolarmente affine allo spirito astratto-geometrico del “costruttivismo” dei fratelli Pevsner e del conseguente movimento Abstraction-Création scaturito in seguito da esso.
In comune c’è l’idea di utilizzare i materiali prodotti dalla moderna tecnologia e di liberare la scultura, così come l’oreficeria, dal vincolo di usare materiali convenzionali.
Nelle collezioni Sponges e Crystal Stefania ha infatti impiegato resine biocompatibili e, successivamente, titanio e stellite.
Quando la creatività ha sposato la tecnologia, ha spesso raggiunto esiti strabilianti e talvolta perfino ludici e giocosi, per nulla aridi insomma, come vorrebbe un luogo comune molto difficile da estirpare.
Illustri riprove di questo sono costituite dagli Stabiles e Mobiles dell’americano Calder, come anche dalle spettacolari e fantasiose “fontane idrauliche” dello svizzero Jean Tinguely, queste ultime ottenute recuperando il materiale proveniente dallo scarto industriale: ingranaggi arrugginiti, pompe e marchingegni dismessi e perfino ruote di bicicletta.
Tutte operazioni che stanno a dimostrare, una volta di più, che l’arte ha esteso, ormai da molto tempo, l’ambito dei propri confini e che nell’opera di tutti gli artisti si possono sempre trovare elementi riconducibili al tempo storico nel quale essi hanno operato.
Il Nouveau Réalisme degli anni Sessanta ci ha insegnato proprio questo: che bisogna rivolgere una particolare attenzione al mondo della propria attualità per trarre spunti creativi ed elevare a poesia quel che ci viene offerto. Il mondo contemporaneo, infatti, è quello che più ci appartiene e che noi tutti stiamo, anche inconsapevolmente, contribuendo a creare.

10 Ago 2013 no comments / READ MORE